
News · Oct 14, 2026
Published on: AD Italia
A Tunisi, Bardo Collections è una nuova galleria di design dedicata ai talenti del Sud del mondo. Che ospita una mostra toccante
News · Oct 14, 2026
Published on: AD Italia
A Tunisi, la personale di Thomas Egoumenides inaugura la stagione della galleria di design Bardo Collections, che scova e supporta i talenti del Sud del mondo. Una mostra che fa riflettere sul consumismo in chiave di favola, con pezzi funzionali quanto poetici e di rottura.
Dietro questa nuova galleria di design c'è una storia di tre donne e di affermazione. Si chiama Bardo Collections ed è stata inaugurata a Tunisi da tre amiche imprenditrici e appassionate per promuovere artisti e designer del Sud del mondo, in particolare della regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa).

Le founder di questa nuova galleria di design sono Khansa Garbi, grande collezionista con un passato nella finanza a Londra e un impegno costante nella promozione culturale del proprio Paese, Selma Feriani, gallerista d'arte di lungo corso con sedi a Londra e Tunisi, e Chacha Atallah, architetta e designer che ne è direttrice creativa e ha disegnato da zero il nuovo building su tre piani nella zona di La Goulette. I primi due ospitano la sede di Selma Feriani Gallery, l'ultimo piano è dedicato a Bardo Collections. L'artigianato è un vettore imprescindibile nel manifesto della design gallery Bardo. Che si traduce in cultura condivisa all'insegna di sostenibilità, memoria culturale e riscoperta delle storie che uniscono le nostre regioni, attraverso tecniche, stili di vita e materiali comuni. Transnazionale quanto locale.

Una mostra potente, che va oltre l'oggetto
Artigianato locale, collettività, residenza creativa, questa nuova galleria di design nasce con l'obiettivo preciso di colmare un vuoto nel sistema culturale tunisino del design e scardinare un settore, quello del collectible, che rischia di diventare miope di fronte a nuove istanze, trainato da interessi più commerciali che valoriali. La filosofia di Bardo Collections è ben delineata, come un manifesto, dalla mostra inaugurale della stagione, prima mostra personale dall'apertura della galleria. Ne è protagonista Thomas Egoumenides, di origine greca, di patria francese, ma con oltre un decennio di vita, oggi, a Tunisi. «Egoumenides incarna alla perfezione la visione curatoriale di Bardo: uno sguardo acuto sulla nostra cultura e sulle realtà contemporanee» è lo statement della galleria. Bardo esplora il preciso momento in cui un oggetto va oltre la sua utilità per diventare un pezzo da collezione unico, acquisendo un senso più ampio a livello di significato e un valore più alto a livello valoriale. Senza mai tradire la propria funzionalità di prodotto di design. La mostra di Egoumenides si intitola Les Restes Anthropiques (fino al 2 gennaio 2027) ed è una riflessione, potente quanto struggente, della macchina industriale contemporanea e del consumismo che la alimenta. «Il progetto che sosteniamo nasce da un dialogo intimo con un luogo e le sue contraddizioni», dice la direttrice creativa.

Un mito antico che si scopre contemporaneo
Negli spazi minimali quanto brutalisti della galleria di design, Egoumenides decide di raccontare una sorta di favola odierna, su ispirazione della Teogonia di Esiodo (VIII secolo a.C.), racconto mitologico che narra la nascita del mondo e l'organizzazione della materia originaria a partire dal Caos primordiale. «La leggenda narra che durante l'Era delle Grandi Estrazioni, l'umanità avesse imparato a congelare il mondo. Dalle profondità degli oceani scomparsi, estrassero il petrolio, il sangue fossilizzato dei microrganismi marini, compresso dal silenzio di millenni. Lo raffinarono trasformandolo in un corpo sterile, così trasparente da sembrare non più vincolato al tempo: la plastica. Dal suolo delle foreste tropicali, strapparono la bauxite, la polpa argillosa delle montagne. Attraverso il fuoco e l'elettricità, estrassero un metallo puro, freddo e incorruttibile: l'alluminio.

Per secoli, questi due elementi regnarono sulla superficie. Venivano usati per legare, avvolgere e sigillare ogni cosa. Eppure, ridotti a semplici strumenti, le loro origini furono dimenticate. Il primo perse la memoria dei mari; il secondo, quella della roccia. Condannati all'utilità, divennero spettri freddi, accumulandosi in vasti giacimenti ai confini della terra. Poi giunse l'era del grande silenzio. Le macchine si fermarono e le città crollarono sotto il peso delle proprie rovine. La leggenda ci dice che nulla scomparve veramente. I giacimenti rimasero fossilizzati alla fine del loro primo ciclo, in attesa. Delle mani dovevano protendersi verso questi giacimenti, questi resti antropici, non per distruggerli o gettarli nell'oblio, ma per risvegliare ciò che giaceva dormiente al loro interno», scrive Egoumenides. Che dà vita a «manufatti di transizione» – li definisce – in cui le mani riconnettono la materia inerte alla sua memoria vivente, con forme organiche dettate da un dialogo/obbligo con i limiti dello scarto industriale e i voli pindarici della fantasia.

Una brutale dolcezza
In mostra ci sono scultorei tavolini, mensole che ricordano nuvole, bellissime applique nate da tubi plastici che richiamano l'antico alabastro, candelabri in acciaio modellato a mano, forme tutte che sono risultato di un confronto e compromesso tra la mano del designer e la meccanica del materiale. Egoumenides, di formazione architetto, racconta di essersi avvicinato al design come forma di ricerca personale, partendo da piccoli oggetti da poter realizzare nel proprio atelier. L'idea del materiale di scarto è venuta per necessità durante il Covid e da un'osservazione della pura realtà, quella di un mondo che produce ingenti quantità di scarti. Il materiale plastico con cui ha realizzato questa collezione è stato recuperato nei mesi in una fabbrica locale, mucchi di scarti usciti dal forno si ammassano in un angolo con le loro forme laviche; Egoumenides sceglie i pezzi per colore e dimensioni e poi comincia a lavorarli, con un processo non dissimile da un falegname o un marmista, leviga, aggentilisce, rivela strati e venature di colore a sorpresa, ma lascia alla forma una tale incompiutezza che la rende organica, quanto ancestrale. Forme, ovviamente pezzi unici, che riecheggiano nell'immaginario di chiunque le osservi, reminiscenze di luoghi, rocce, giardini, oggetti Art Déco o modernisti, incredibilmente, e naturalmente, tutte queste sfere di riferimenti collidono. Ed è questa la bravura di Egoumenides, il saper riportare alla più stretta attualità un racconto mitologico che, decisamente, parla di tutti noi, del nostro oggi. Si tratta di un'archeologia del futuro che ci ricorda che proprio a un futuro distopico e post-apocalittico dobbiamo sfuggire. Ma lo fa con una poetica dolcezza.



